Duecentoquarantamila firme e trentatre giorni di tempo residuo. Sono questi i numeri che mancano all’approvazione del referendum sulla legge elettorale. I promotori lamentano la censura attuata dei media sulla raccolta firme, colpevoli di non dare risalto al Referendum Day lanciato per oggi e per domani. Giovanni Guzzetta e Mario Segni spiegano all’ANSA: “Il referendum e’ a rischio, cosi’ non ce la facciamo”.
Oltre alla latitanza dei media si lamenta anche il silenzio trasversale della classe politica, che di fronte alla possibilità di referendum preferisce tacere per evitare lacerazioni all’interno dei due schieramenti.
Se il comitato promotore riuscisse ad ottenere le restanti 240.000 firme, l’elettorato italiano sarebbe chiamato al voto per due quesiti ( uno valevole per la Camera dei Deputati e uno per il Senato). I quesiti propongono l’abrogazione del collegamento tra le liste e la possibilità di attribuire il premio di maggioranza alla lista vincente. In caso di esito positivo del referendum, la conseguenza è che il premio di maggioranza viene attribuito alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi.
Rischio referendum mancano le firme
Strada ancora in salita per il referendum elettorale che propone il premio di maggioranza alla lista più votata sia al Senato che alla Camera e l’abrogazione delle candidature multiple. Ed, in sostanza, punta a passare dal bipolarismo al bipartitismo. Non sono bastate le interferenze politiche del governo Prodi sulla Corte Costituzionale per arrivare all’inammissibilità del quesito referendario che hanno portato alle dimissioni dal suo incarico il componente della Consulta Gaetano Vaccarella. A poco meno di un mese dalla scadenza dei termini per la consegna delle firme, la fotografia della raccolta delle sottoscrizioni non promette nulla di buono. Una evoluzione degli ultimi due mesi che potrebbe essere così sintetizzata: Dal ‘Pericolo Referendum’ al ‘Referendum in pericolo’. Nonostante l’impegno dell’associazionismo, di una seppur minima parte del mondo sindacale (l’Ugl è in prima fila nella raccolta delle firme) e di un numero consistente e trasversale di esponenti della politica italiano, l’obiettivo delle 500mila firme che entro il 24 luglio andrebbero depositate in Cassazione sembra un miraggio.
A lanciare l’allarme sono stati ieri Mario Segni, il presidente del comitato promotore, Giovanni Guzzetta, Italo Bocchino di An, Stefania Prestigiacomo di FI, Ermete Realacci (Dl), Marco Filippeschi dei Ds, Stefano Ceccanti, Teresa Petrangolini di Cittadinanzattiva e Giovanni Magliaro dell’Ugl. Finora, a quasi un bimestre dall’inizio della campagna, sono state raccolte soltanto 260mila adesioni. Ancora troppo poche per pensare di raggiungere le 500.mila firme necessarie. Se poi si aggiunge che il movimento referendario è basato sullo spontaneismo e autofinanziato, è evidente che serve un colpo di reni deciso. I motivi di questa battuta di arresto nell’opera di raccolta li hanno spiegati sia il diessino Filippeschi , sia Giovanni Guzzetta. “ L’ apporto non ufficiale da parte dei Ds -ha ammesso l’esponente della Quercia – è stato piegato alle esigenze della campagna elettorale per le amministrative. Ma è ora di attivarsi perché non possiamo perdere l’occasione di dare una scossa alla politica per un difetto di informazione e di coscienza”.
Insomma, le feste de l’Unità si sono messe a disposizione. Guzzetta, invece, non si è limitato a puntare il dito contro una “certa latitanza dei partiti, se si escludono Alleanza Nazionale e Ds, l’assenza ingiustificata dell’informazione e le evidenti difficoltà organizzative”. Il professore ha esplicitamente accusato una buona parte del mondo politico di “ aspettare sul bordo del fiume che passi il cadavere del referendum”. Molte le accuse anche nei confronti dei sindacati, in passato sempre pronti a spendersi per le grandi battaglie, mentre in questa occasione, Ugl a parte, “non hanno speso una sola parola”. L’Ugl è infatti l’unico sindacato impegnato nella campagna referendaria dal 24 aprile e sotto lo slogan “ Meno partiti più riforme: ci metto la firma” ha indetto per il 23 giugno ha organizzato una giornata nazionale di raccolta firme con 200 gazebo. “ Contiamo di arrivare all’obiettivo di 80mila firme – ha detto Magliaro – per ora siamo alla metà, in attesa che anche l’aver mobilitato anche il patronato Enas porti altre firme degli italiani nel mondo”.
Oggi e domani quindi si svolgeranno i referendum days che la presidente del sindacato vicino ad An, Renata Polverini, motiva con l’esigenza che “il paese torni ad avere una legge elettorale che garantisca stabilità governativa, consenta un effettivo esercizio del diritto all’elettorato attivo e passivo, riduca il numero dei partiti e conseguentemente i costi della politica”. Ma ad allarmare i promotori e i politici che, a titolo personale, hanno abbracciato la causa referendaria, sono le difficoltà rilevate sul piano organizzativo. I risultati della raccolta sono affidati ad un movimento autofinanziato. Che, come ha testimoniato il deputato di An Italo Bocchino, si basa soprattutto “sullo spontaneismo della base. An, ad esempio, ha raccolto 70.000 firme e si propone con una tre giorni voluta fortemente da Gianfranco Fini di arrivare ad altre 50.000”. Là dove si è riusciti a mettere dei banchetti la risposta è stata entusiastica. Ma molti cittadini per mancanza d’informazione, non sapevano bene di cosa si trattasse. Di qui l’”aiuto” chiesto da Mario Segni a nome di tutti i referendari “per raddoppiare gli sforzi a tutti coloro che non vogliono l’Italia dei 74 partiti”. C’è bisogno di forza lavoro sul campo, insomma.
Anche per colmare in extremis le responsabilità dei comuni che avrebbero dovuto contribuire a rendere possibile ai cittadini un loro diritto fondamentale. E invece, come nei tre casi più gravi di Catania, Napoli e Roma, costringono le persone a decine di telefonate e a lunghe trafile per avere informazioni su dove e quando firmare. Le cose sembrano andar meglio, invece, a Bologna e Padova. Nel tentativo di arrivare a quello che appare un difficile traguardo della vita democratica del paese, quest’ultimo rush dell’iniziativa referendaria è affidata anche all’associazionismo il cui impegno, testimoniato dal segretario di Cittadinanza Attiva, Teresa Petrangiolini, si è concretizzato in una staffetta referendaria avviata in più di 50 comuni, forte di 1000 volontari e 40.mila firme raccolte e che oltre alle cinque città già inserite arriverà lunedì prossimo anche a Napoli. Molti anche i medici di famiglia che hanno messo a disposizione lo studio per la raccolta delle sottoscrizioni.
Intanto aumentano le firme dei ministri. A partire da Arturo Parisi, a Giovanna Melandri, fino a Giulio Santagata. Convinta anche la deputata azzurra Stefania Prestigiacomo, testimone, ma a titolo personale, che “la pancia di FI, riconosce nel referendum un importante strumento di cambiamento”. Più articolata la posizione dei Riformatori Liberali per i quali era presente in sala Benedetto Della Vedova, convinto della “ situazione di palese schizofrenia politica per cui da una parte c’è la consapevolezza della necessità di superare la frammentazione e dall’altra il sistema dei finanziamenti ai partiti ed il sistema elettorale sono volti proprio ad alimentare questo stato di spezzettamento”. Ma anche di dover “arrivare ad una legge che riconosca a partiti territoriali come la Lega il diritto di avere la sua rappresentanza.










2 risposte finora ↓
Silvana Ghirardi // Giugno 28, 2007 a 8:10 pm
per cortesia dove posso andare e firmare per aiutarvi ? Fatemi sapere grazie arrivederci.
Silvana Ghirardi
Mario Salassa // Luglio 3, 2007 a 9:54 pm
I partiti vanno ridotti ad un massimo di cinque. I deputati vanno ridotti del 80%
I senatori vanno ridotti del 90% in modo daessere in linea con gli altri stati. Il popolo italiano non puo mantenere tutta questa pletora di legislatori che non fanno altro che criticarsi a vicenda e concludere nulla, le leggi che un partito in carica ha legislato il momento che subentra un nuovo partito quello che si preocupa e’ di
rifarle a modo suo a scapito del popolo che niente puo fare perche sono stati democraticamente eletti. Mario Salassa