Il dibattito in corso su una nuova legge elettorale, indispensabile per superare l´assurda legge «Calderoli» imposta dal governo Berlusconi allo scopo di rendere ingovernabile il Paese da parte del centro-sinistra, non può non coinvolgere quanti vedono nella difesa dei principi fondamentali della Costituzione del 1948 un riferimento irrinunciabile per mantenere il nostro Paese nell´area della democrazia. E´ dunque doveroso cercare di dissipare alcune delle ombre che emergono talvolta da dichiarazioni e interviste di personaggi politici, ma anche da interventi di autorevoli «tecnici».
Il primo equivoco è legato alla improvvisa accelerazione impressa all´argomento, che il Ministro Chiti aveva dichiarato «non urgente» e programmato per l´ultimo anno di legislatura, mentre ora sembra che la maggioranza intenda arrivare a una proposta entro il mese di febbraio.
Il miracolo sarebbe stato causato dalla presentazione da parte del comitato Guzzetta-Segni dei quesiti per un referendum abrogativo di alcuni punti della legge. Il successo del referendum avrebbe a mio avviso due effetti negativi: esporrebbe il Paese al rischio di un esplicito capovolgimento della volontà popolare, rendendo possibile l´assegnazione a una forza di maggioranza solo relativa un «premio» che le consentirebbe di governare indisturbata, e rafforzerebbe indirettamente le parti immutate della legge. Fra cui, per fare un esempio, il meccanismo che rende probabili maggioranze diverse nelle due Camere, e le liste bloccate decise dalle segreterie di partito. Ma, al di là del merito, il referendum in realtà non costituisce una minaccia concreta: raccogliere 500.000 firme (come sanno i Comitati per il referendum costituzionale) non è impegno da poco. Inoltre, ammesso che la consultazione abbia luogo, il raggiungimento del quorum è molto improbabile, vista anche la assurda complessità di uno dei quesiti, assolutamente incomprensibile ai più.
Non esiste dunque una «emergenza referendum´. E´invece opportuno fare una nuova legge e farla bene: non ci sono motivi per limitarsi a «ritoccare» la normativa attuale o comprimere i tempi di un dibattito che, visto l´argomento, non può essere certo relegato nelle segreterie dei partiti. Ma la giusta ricerca di un ampio consenso che Chiti sta correttamente perseguendo non potrà giustificare un altro testo contrario all´equità e al buon senso.
Ben più importante però è l´impressione che, parlando di legge elettorale, si tengano presenti solo le sue conseguenze per i rapporti fra i partiti: quali forze ne beneficerebbero in termini di seggi, quali sarebbero spinte ad accorparsi, quali invece sarebbero destinate a scomparire e chi potrebbe detenere in varie forme «diritti di veto´.
Non si parla quasi mai delle conseguenze sugli elettori e sulla società, che invece dovrebbero essere al centro dell´attenzione.
La legge elettorale regola infatti i metodi dell´esercizio da parte dei cittadini della «sovranità» garantita loro dal primo articolo della nostra Costituzione; concorre quindi in modo determinante a delineare l´assetto della nostra democrazia.
In questa prospettiva dovremmo valutare alcune delle proposte che leggiamo e che arrivano a prefigurare un modello bipolare (o forse bipartitico?), con due forze non contrapposte ma speculari e convergenti verso l´ormai mitizzato «centro» che si vorrebbe «apolitico» (e conservatore?); il voto verrebbe espresso più che su un programma di governo sulla persona del leader, che diverrebbe inamovibile grazie alla investitura popolare ed avrebbe poteri amplissimi, compresi quelli che gli faciliterebbero la rielezione. Un capo cui spetterebbe sostanzialmente di mediare le spinte localistiche delle Regioni «federali» e quelle corporative, con un Parlamento i cui poteri sarebbero quasi nulli.
MI sembra uno scenario assai triste, con una società culturalmente immobile, nella quale al cittadino rimane solo la possibilità, una volta ogni cinque anni, di scegliere fra due alternative simili, e nel quale è possibile esprimersi solo tesserandosi a uno dei due partiti che il sistema accetta.
Un prezzo sicuramente eccessivo per quella «stabilità» che tutti desideriamo.
A chi proclama la priorità di ridurre il numero dei partiti è dunque indispensabile chiedere di chiarire bene la differenza che esiste fra «bipartitismo» e «bipolarismo´. E ricordare che non si può pretendere di imporre per legge un assetto che non si riesce a creare con il consenso.
Per disegnare la nuova legge non ci muoviamo comunque nel vuoto: la nostra Costituzione, la cui validità assoluta è stata riconfermata nel giugno 2006 in modo inconfutabile, ci offre molti punti di riferimento: oltre all´art. 1 che assegna al popolo la sovranità, l´art. 48: «il voto è personale ed uguale�.. ; l´art. 49: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la poliica nazionale´; l´art. 65: «La legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità �. l´art. 67: «Ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato…, e molti altri.
Se una legge elettorale «perfetta» non esiste, perché non si tratta di calcolare una trave di cemento, ma di dettare regole che consentano contemporaneamente la massima libertà di espressione e la migliore sintesi operativa delle diversità, possiamo comunque tentare di definire un insieme di punti fermi, all´interno dei quali il sistema deve essere circoscritto per essere compatibile col quadro costituzionale.
Il primo vincolo è senza dubbio la garanzia che la volontà espressa dagli elettori non venga stravolta. L´eventuale «premio» non può dunque trasformare in maggioranza una minoranza, ma solo rafforzare, a fini di stabilità, una maggioranza che deve già esistere; non importa se composta da un solo partito, o da una coalizione rappresentata da una o più liste legate da un programma comune o da un accordo di governo.
Il secondo è che gli elettori devono poter esercitare la loro sovranità scegliendo da chi farsi rappresentare in un rapporto di fiducia e di responsabilità. Quanto rispondono a questa esigenza liste bloccate decise dalle dirigenze di organizzazioni che rappresentano una percentuale irrisoria dell´elettorato, magari abbinate a alte «soglie di accesso» che bloccano candidature locali e indipendenti? Per non parlare del trucco delle «candidature multiple» che consegnano a pochi leader il potere di comporre gran parte del Parlamento grazie al meccanismo dell´opzione. (L´abolizione di questo «mostro elettorale» sarebbe l´unica conseguenza positiva del referendum Guzzetta).
Non meno importante è il reale rispetto della possibilità per tutti di presentare e sostenere programmi e candidature. La necessità (reale) di impedire la polverizzazione del quadro politico e il proliferare di liste corporative, campanilistiche o comunque di comodo non può arrivare a sterilizzare la società, bloccando di fatto il diritto a far nascere nuovi movimenti politici e sottoporli al giudizio degli elettori.
Infine una efficace legge elettorale non può non considerare che il peso determinante della comunicazione di massa (soprattutto televisiva) può creare condizioni di assoluta disparità fra i candidati in base alle loro risorse economiche o alla loro posizione personale. Non esisterà dunque un sistema elettorale equo se non accompagnato da un corretto rapporto fra potere economico (e in particolare editoria) e politica, e finché non sarà escluso dall´esercizio di funzioni istituzionali chi può usarle a proprio personale beneficio.
Sullo stesso piano si pone la necessità di chiare norme di ineleggibilità per chi è stato riconosciuto colpevole di reati penali o comunque contro la pubblica fede, da estendere a chi per le stesse colpe ha fatto ricorso al patteggiamento.
Vorrei infine, a rischio di apparire contraddittorio, sostenere che un quadro sostanzialmente bipolare avrebbe un senso in questa fase storica del nostro Paese.
In barba a chi ha proclamato la morte delle ideologie e le ha sostituite con le regole del mercato, io ritengo che su certi principi fondamentali (termini scelti non a caso) non sia lecito mediare. Fra chi ritiene gli uomini e le donne tutti uguali, e chi li divide in base al sesso, al colore della pelle, al credo o alla nazionalità. Fra chi ritiene che la guerra non sia mai giusta e chi la guerra la usa per imporre le proprie opinioni o i propri interessi. Fra chi ritiene la legge uguale per tutti e chi si ritiene «più uguale» e cerca di non farsi giudicare. Fra chi sente il dovere della solidarietà verso i più deboli e chi invece li sfrutta. Fra chi ritiene l´impegno politico un dovere civico e chi invece una scorciatoia per la ricchezza e l´impunità.
Credo che su questi (e altri) principi sia lecito dividersi su fronti contrapposti, e non sia possibile «transitare» da uno schieramento all´altro. E che non si possa far prevalere su di essi protagonismi personali o di gruppo.
Solo in questo senso si potrebbe oggi parlare di assetto bipolare, perché il confine è la nostra Costituzione, opera di uomini e donne che seppero lavorare insieme e approvare a larghissima maggioranza regole per una democratica convivenza. Con chi la vuole abrogare non sono lecite mediazioni.
E, come abbiamo visto lo scorso giugno, il «polo» della Costituzione nel nostro Paese non ha bisogno di premi per essere maggioranza.










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